Non è mai troppo tardi per vivere

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Dovrei chiedere scusa a me stessa per aver creduto di non essere abbastanza.
(Alda Merini)

Quando non scrivo per un po’ sul mio blog non è per pigrizia, ma perché qualcosa di nuovo sta accadendo e mi sta risucchiando tutto il tempo disponibile. In questi ultimi 3 mesi in effetti una serie di eventi si sono incastrati e la mia vita ha preso una piega inaspettata. Fino ad un anno fa non avrei mai immaginato che oggi mi sarei ritrovata al punto in cui sono. Ci speravo, però sotto sotto avevo paura di illudermi. O meglio, avevo paura di non farcela.

Da quando ho eliminato la parola “paura” dalla mia quotidianità tutto è cambiato. Eliminato comunque non è il verbo giusto, direi di più trasformato. La paura è diventata coraggio, ed il coraggio mi ha aperto le porte verso nuove possibilità. Quante volte sono stata lì lì per tornare indietro, per accettare posti di lavoro che non centravano nulla con la mia passione, per cambiare vita perché pensavo che il mio percorso fosse diventato inutile. E poi due/tre sconfitte negli anni mi hanno fatta vacillare, non lo nego. L’aver detto di no a dei lavori sicuri in tempo di crisi mi ha fatto sentire in colpa. Ma come, c’è la crisi e tu non vuoi lavorare? No, non è quello. Io desidero lavorare facendo ciò che mi piace, è diverso… è così tremendo?

In realtà questa maledetta crisi ha rimescolato le carte in tavola: c’è chi si è fatto travolgere e chi ha colto l’occasione per rinascere. Mio padre con la crisi ha ripreso a dipingere e ha fatto della sua passione un impegno a tempo pieno. Mio fratello ha mandato a quel paese il lavoro che aveva da tanti anni ma che non amava, per aprire un negozio tutto suo. Io grazie alla crisi ho capito che se non si seguono le proprie passioni allora si finisce con l’andare avanti continuando a lamentarsi, finché non si spegne anche l’ultimo neurone. Che razza di vita è? Finché non ci si muove non ci si accorge di quanto sia spaventoso restare fermi.

Morale della favola, negli ultimi tre mesi ho iniziato a lavorare per diverse aziende come copywriter freelance e qualche giorno fa ho aperto la Partita Iva. Già da un anno collaboro con una di queste, e grazie al suo team sono cresciuta in modo notevole. Devo molto a queste persone, questi colleghi di lavoro che mi hanno spinta ad essere quella che sono oggi. Pian piano, mese dopo mese ho fatto sempre di più, sempre meglio, ottenendo ottimi risultati. Poi il timore di non guadagnare abbastanza, di non trovare altre imprese disposte a darmi una chance. Invece, lasciando andare le cose da sole e imparando ad essere più paziente, tutto si è semplicemente sistemato e ho ricevuto altre proposte che mi hanno fatto capire di poter intraprendere sul serio una carriera come libera professionista. La qualità del mio lavoro ha parlato per me e non potrei essere più orgogliosa di ciò che sto facendo.

Questo post lo dedico a quelle persone che hanno un sogno ma pensano di non poterlo realizzare. Non è mai troppo tardi per iniziare il cammino che vi porterà a vivere la vita che desiderate. Di ostacoli ne incontrerete, però vi assicuro che ne varrà la pena. Tutto il resto sono solo scuse.

Giulia

L’amor che move il sole e l’altre stelle

Un vero viaggio
non è cercare nuove terre
ma avere nuovi occhi.

– Marcel Proust

Mi è capitato più di una volta di scoraggiarmi, perché più di una volta sono stata messa alla prova dalle scelte che ho fatto. Anch’io, d’altra parte, ho intrapreso un percorso abbastanza impervio: quello della scrittura. C’è sempre qualcosa da imparare, e questo è un punto a favore molto stimolante, ma ci sono anche diversi ostacoli da superare, con un guadagno in termini monetari piuttosto scarso.

Tuttavia, amo così tanto scrivere che ogni giorno speso a riempire fogli bianchi mi ripaga di tutte le fatiche. E poi se c’è una cosa che ho imparato nelle ultime settimane è che i soldi non fanno la felicità. Lo so, lo dicono tutti e sembra scontato. Per la prima volta però sto provando sulla pelle il significato di quella frase, perché faccio qualcosa che mi piace – per cui ho studiato e lottato – guadagnando poco. Anche se il mio conto è più giallo che verde non posso fare a meno di sorridere: sono soddisfatta e fiera di poter dire “ho il lavoro che volevo”. I soldi rovesciano i sogni, cancellano le ambizioni e distruggono le amicizie.

Voler fare della propria passione un lavoro è un’impresa in salita, ma di recente qualcuno mi ha ricordato che con la forza di volontà si possono spostare addirittura le montagne. Ogni tanto, quando mi scoraggio perché ho paura di non farcela, tendo a dimenticare quanto potere ha la mia passione, e così ho bisogno di qualcuno che me lo ricordi. Se smetto di credere nelle mie capacità anche solo per un istante mi sento persa, per fortuna ho sempre accanto delle splendide persone che mi supportano e mi sopportano.

Scrivere è un lavoro che va costruito pian piano, va coltivato con infinita pazienza e costanza, altrimenti non si va da nessuna parte. Ecco perché è facile perdere fiducia di tanto in tanto: i frutti del proprio impegno arrivano lentamente e spesso si ha la sensazione di non concludere nulla. Non è così, ed è necessario ricordarlo ogni singolo giorno.

Lo ammetto, mi sono lasciata tentare dalla strada più facile. Perché quando non vedi i risultati, quando ti aspetti qualcosa che non arriva, quando le scarse prospettive ti fanno tremare le ginocchia, non è difficile cadere in tentazione e lasciarsi cullare da qualcosa di più semplice, ordinario e prevedibile.

Il guaio è che io e la prevedibilità non andiamo tanto d’accordo. Nemmeno le cose ordinarie mi fanno impazzire. Vorrei un impiego normale e senza sorprese, per provare quella sensazione di tranquillità a fine mese che credo di aver dimenticato. Vorrei. Ma non è quello che desidero, non sono più quella persona. Ho assaggiato una fetta di follia con un pizzico di libertà, e adesso voglio tutta la torta.

Ho fatto troppa strada per rinunciare al panorama che mi aspetta in cima alla montagna. Non tornerò a valle, non sceglierò il sentiero. Le mie mani sono sulla nuda roccia, e i miei piedi ben ancorati alla parete. Posso soltanto salire e vedere cosa mi aspetta al traguardo. Mi sento come un agricoltore che si prende cura del campo: lo ara, lo semina e poi aspetta. Ho seminato tanto da poter sfamare un’intera regione, ora attendo di veder fiorire la mia terra.

Mi piace scrivere perché mi piace leggere. Le trovo due attività che dipendono l’una dall’altra. Leggo, m’innamoro, mi perdo tra le parole e immagino di scrivere le storie delle quali vorrei essere protagonista. Non uso la scrittura solo per lavorare, per scrivere articoli, comunicati stampa o per correggere bozze. Prima di tutto la scrittura è un amore che coltivo anche per il mio piacere intellettuale, per permettere alla mia mente di provare infinite sensazioni.

Mi piace inventare nuovi progetti e ultimamente ne ho due in ballo: Away from You – Lontana da Te, un blog collettivo che spero di far partire molto presto e che racchiuderà le storie di donne che hanno lasciato il nido materno; e poi un racconto nuovo, il terzo dall’inizio dell’anno, di cui ho appena terminato il primo capitolo. Prima o poi mi piacerebbe condividerli su Poet River per farvi conoscere un lato di me diverso dalla poesia.

Tutto quello che devo fare quando perdo fiducia, è ricordare a me stessa di continuare a credere. Non ho bisogno di cercare altrove o qualcos’altro per essere felice. Mi basta credere in me, nelle mie capacità, in un futuro migliore perché sarò io a renderlo così. Le risposte alle mie domande le ho proprio qui, tra le mie mani. Forse prima o poi la gavetta finirà e avrò ciò per cui ho lottato. Nel frattempo mi godo il viaggio con gli occhi carichi di prospettive.

Giulia

Ho intuito l’infinito

«Il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto
e pure che qualcosa cambi in noi.»
(Italo Calvino)

Appena posso infilo le scarpe da ginnastica e vado a camminare. Abitando vicino ad un lago (di Garda) ho la fortuna di avere a portata di mano una natura meravigliosa, dove acqua e terra si abbracciano costantemente. Ci sono due percorsi che faccio di solito, ed entrambi riportano calma e serenità nel mio cuore.

Solo alcuni anni fa lo sport era tutta la mia vita. Praticavo karate a livello agonistico e non volevo fare altro. Non pensavo ad altro. Era la mia filosofia, la mia ragione per svegliarmi al mattino, il mio porto sicuro. Una disciplina che mi ha rapita fin da quando avevo undici anni, e che per otto è rimasta al centro della mia esistenza. Poi l’asma e tutta una serie di cambiamenti mi hanno fatto appendere la cintura al chiodo, ma gli insegnamenti e il profondo amore che provavo per quest’arte sacra non mi abbandoneranno mai.

Il mio corpo aveva bisogno di rallentare, e così ho scelto dare il via al mio cammino. All’inizio lo facevo senza alcuno scopo, se non quello di mantenermi in forma. Avevo bisogno di svuotare la mente e riempire quel vuoto che il karate mi aveva lasciato. Potevo vedere nel mio petto un buco grande quanto il Grand Canyon.
Camminando riuscivo a fare esercizio senza svenire per lo sforzo, e senza dover prendere una dose di farmaci tale da stordine un cavallo adulto. Macinavo chilometri con facilità, li divoravo come fossero caramelle.
Col passare del tempo mi sono accorta che non potevo più farne a meno. Non pianificavo quando andare a camminare, del tipo ci vado martedì o venerdì. Era il mio corpo e la mia mente che me lo chiedevano. Lo sentivo dentro di me come un bisogno primario al quale non volevo più rinunciare. Ed è così ancora oggi.

Camminando ho imparato a riascoltare il mio corpo, a dare un ritmo al passo sincronizzato con le braccia e con il respiro. Tre passi inspiro, tre passi espiro. E quando prendo il via ogni singolo muscolo del mio corpo sa esattamente cosa deve fare: vado avanti spedita e non mi guardo indietro.
A volte il mio camminare è accompagnato dalla musica, altre dai suoni della natura. In entrambi i casi quando arrivo alla fine del mio percorso mi sento bene, stanca ma allo stesso tempo ancora piena di energia, come se i miei muscoli si fossero appena riscaldati e potessero andare avanti per altre due ore.

Cammino e guardo la distesa d’acqua dolce davanti ai miei occhi. I colori che prende a seconda del tempo sono uno più spettacolare dell’altro. Appena prima del brutto tempo, con le nuvole minacciose all’orizzonte, il lago è verde smeraldo. Ma poi quando la tempesta arriva l’acqua si colora di nero, diventando maestoso e terrificante ai miei occhi. Col sole la tavolozza propone una serie infinita di sfumature, dove il blu regna sovrano.

Svassi, folaghe, cigni e anatre fanno parte di una fauna che in primavera scioglie anche i cuori di ghiaccio. I piccoli di germano reale seguono la loro mamma in fila, uno dietro l’altro come un trenino. Ed è davvero divertente quando imitano i movimenti della femmina alla perfezione: la copiano per imparare a sopravvivere e le stanno accanto come se fosse la loro unica ragione di vita. Il papà in genere si tiene a debita distanza, ma attento e vigile in caso di guai.
Gli svassi sembrano quasi umani nella cura dei piccoli. Maschi e femmine generano al massimo tre cuccioli e li crescono insieme, come una coppia di persone. Li sorvegliano con cura e se uno dei genitori è in cerca di cibo sotto acqua, l’altro è presente per garantire la sicurezza dei figlioli.
Niente, assolutamente niente, è più dolce di una mamma cigno che trasporta sulla schiena i suoi “brutti anatroccoli”, che di brutto non hanno proprio nulla. In genere sono quattro o cinque e si accoccolano sul dorso morbido e caldo della madre, una barchetta comoda e sicura che tutti vorremmo prendere.
La più battagliera invece è la folaga. Una volta mi è capitato di vedere una femmina che combatteva per proteggere la sua prole: un cigno maschio si era avvicinato un po’ troppo e lei, come Davide contro Golia, ha aperto le ali e si è scaraventata con una furia incredibile sul malcapitato, fuggito all’istante. Sembrava quasi che i piccoli facessero il tifo per la mamma! Che creature fiere, amabili, tenere e guerriere le madri.

Anche il cielo vuole la sua parte. Se non guardo l’acqua i miei occhi sono rivolti verso l’alto, pronti per ammirare le mille forme delle nuvole. E proprio una settimana fa ho avuto l’onore di osservare un cielo a dir poco strepitoso, troppo bello per non immortalare quell’istante e condividerlo col mondo.

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La foto è fatta con il cellulare ed è priva di qualsiasi filtro o modifica. Ho sempre amato il profilo delle nubi illuminato dal sole, ma qui sembra esserci lo zampino di un pittore. Inutile descrivere con qualche giro di parole un istante simile. L’unica cosa che posso dire è che mi sono fermata per restare a guardare uno spettacolo che non capita tutti i giorni. Uno show durato pochissimi minuti, dato il forte vento che cambiava di continuo le forme del cielo sopra di me.

Contino a camminare per non smettere mai di stupirmi di fronte alla vita. Cammino per osservare ciò che mi circonda e non smettere mai di imparare. Cammino per dedicare del tempo a me stessa, svuotare la mente dai brutti pensieri e riempirla di pura gioia.

«Sublime è il senso di sgomento che l’uomo prova di fronte alla grandezza della natura sia nell’aspetto pacifico, sia ancor più, nel momento della sua terribile rappresentazione, quando ognuno di noi sente la sua piccolezza, la sua estrema fragilità, la sua finitezza, ma, al tempo stesso, proprio perché cosciente di questo, intuisce l’infinito e si rende conto che l’anima possiede una facoltà superiore alla misura dei sensi.»
(Immanuel Kant)