Scozia in 3 giorni: Edimburgo e Saint Andrews

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Castello di Edimburgo, 3 novembre 2015

Cadete foglie, cadete fiori e svanite,
notte distenditi, accorciati giorno,
ogni foglia mi parla di pace soave
staccandosi con un sussurro dall’albero autunnale.

(Emily Brontë)

Inizio questo nuovo anno ricordando un momento travolgente del mio fine 2015: il viaggio in Scozia a novembre. Per pochi ma intensi giorni, ho visitato una terra che sognavo da molto tempo, da quando ho visto per la prima volta Braveheart. Una terra antica, misteriosa e avvolta da un cielo selvaggio che la rende ancora più intrigante. Finalmente, dopo due mesi piuttosto impegnativi, sono riuscita a trovare il tempo per sistemare le foto che ho fatto, e per raccontare in qualche riga cos’è stato per me quel breve viaggio che mi ha fatto innamorare della Scozia fin dall’atterraggio con l’aereo.

Natura indisturbata, oserei dire. Come se l’uomo fosse ospite di quelle colline e non l’invasore. Mi è arrivato al cuore un grande rispetto per il paesaggio, per il verde che domina la vista e per gli animali da pascolo tipici di quelle zone. Ho visto serenità, calma e splendide casette in pietra con tanta vita dentro.

Su tre giorni soltanto uno di sole, e ne abbiamo approfittato per visitare la splendida Edimburgo. Alla fine della passeggiata lungo le vie del centro storico, spunta il castello medievale in tutta la sua magnificenza. Semplicemente incantevole: ti trasporta nel passato appena varchi la sua soglia, e non vorresti più tornare al presente. Da lassù si staglia sulla città lasciando chiunque senza fiato. Anche qui una dolce sintonia con la natura circostante, l’abbraccio tra il moderno, l’antico ed il suolo scozzese.

Ahimè gli altri due giorni di viaggio sono stati piuttosto ricchi di nebbia, ma non mi sono lasciata scoraggiare, anzi. Ho colto l’occasione per scoprire il lato tenebroso di un paesino molto conosciuto: Saint Andrews, cittadina universitaria famosa in tutto il mondo anche per essere la patria del golf. Mi son persa la vista sul mare a causa della nebbia fittissima che non permetteva di vedere oltre i 10 metri, in compenso ho potuto fotografare le rovine della Cattedrale di Sant’Andrea, con tanto di cimitero “spaventoso” annesso. Riguardando ora quegli scatti mi chiedo come abbia fatto a non uscire terrorizzata da quel posto, probabilmente ero più affascinata che spaventata difronte ad un tale spettacolo da film horror. Comunque fateci caso guardando le foto… ho trovato la rosa de “La Bella e la Bestia”!

Grazie ad un viaggio in treno di circa un’ora dal posto dove alloggiavo (Dundee, sul Mare del Nord) all’aeroporto, ho potuto godermi anche un viaggio veloce nell’entroterra scozzese, riempiendomi gli occhi di meraviglia.

Vi lascio con le foto di Edimburgo e del cimitero di Saint Andrews, con la speranza di tornare presto in Scozia (magari d’estate) e fare più scatti naturalistici. Come sempre gli album completi dei miei viaggi li trovate su Flickr.

Buona visione!
Giulia

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Il Cilento nel cuore e negli occhi i suoi colori

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Vista sul mare dalla città di Agropoli 21/08/15

Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni.
(Giovanni Pascoli)

Se il paradiso è colorato, sicuramente ha preso spunto dal Cilento.
Qualche settimana fa, ho avuto la fortuna di visitare per la prima volta una terra straordinaria, dai profumi più buoni che abbia mai sentito e dai colori più accesi che abbia mai visto.
Nel corso degli anni sono stata anche in Sardegna, Sicilia e Puglia, tre regioni ad alto tasso di bellezze naturali, ma la Costiera Amalfitana e il Cilento mi hanno rapito il cuore. La Campania ha qualcosa che non ho mai trovato in nessun altro posto, forse la gentilezza e l’ospitalità innata del suo popolo, unita all’orgoglio nell’essere custodi di una natura più unica che rara.

A circa 850 km da casa mia ci sono luoghi sorprendenti, dove le colline si affacciano sul mare e da quel mare, probabilmente, sono state prese tutte le tonalità di blu esistenti al mondo. Il modo migliore per scoprire tanta meraviglia è salire sulle barche dei lidi, e fare il giro della costa con chi ti spiega le leggende che stanno dietro ad ogni singola pietra.
Nella grotta azzurra di Palinuro c’è una stalagmite a forma di testa di delfino. Poi ci sono streghe, teschi, tori, coccodrilli, monaci, madonne e tutto ciò che la fantasia ti porta a vedere. I cilentani quando fantasticano su qualcosa non guardano le nuvole, ma le rocce della loro terra!

A Marina di Camerota ci sono alcune baie che fanno invidia ai Caraibi, per non parlare di Capri. Capri è un’isola che sembra un set cinematografico: è troppo bella per essere vera eppure c’è, esiste, e si mostra agli occhi dei comuni mortali in tutta la sua magnificenza. Ci sono dei panorami che ti lasciano senza fiato e allo stesso tempo ti rigenerano. Non vorresti mai e poi mai andare via da Capri, perché ad ogni angolo ti fa vivere momenti di puro incanto.

Nel Cilento tutto si ferma, tutto è più lento. Ci vuole tempo e grazia per ammirare la bellezza che sta intorno. Là ho imparato a rallentare il ritmo, a godere di ogni attimo, a far tesoro dei momenti che di solito avrei ignorato. Continuavo a fare respiri profondi solo per avere dentro di me più aria di mare possibile. Il profumo estasiante di quell’acqua cristallina lo porterò con me per sempre, non me ne separerò mai. E i suoi colori resteranno riflessi nelle mie pupille, li conserverò per ricordare un posto che vorrei già riabbracciare.

Le foto che vedrete di seguito sono solo una piccola parte del mio viaggio, giusto per anticiparvi lo splendore che ho descritto. Per guardare l’album completo (con le foto di Pompei) basta cliccare sulla mia pagina di Flickr: Cilento nel cuore

Buona visione!
Giulia

BaiadiTrentova
Baia di Trentova
Capri
Capri
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Marina di Camerota
Palinuro
Palinuro
PuntaLicosa
Punta Licosa

Ho intuito l’infinito

«Il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto
e pure che qualcosa cambi in noi.»
(Italo Calvino)

Appena posso infilo le scarpe da ginnastica e vado a camminare. Abitando vicino ad un lago (di Garda) ho la fortuna di avere a portata di mano una natura meravigliosa, dove acqua e terra si abbracciano costantemente. Ci sono due percorsi che faccio di solito, ed entrambi riportano calma e serenità nel mio cuore.

Solo alcuni anni fa lo sport era tutta la mia vita. Praticavo karate a livello agonistico e non volevo fare altro. Non pensavo ad altro. Era la mia filosofia, la mia ragione per svegliarmi al mattino, il mio porto sicuro. Una disciplina che mi ha rapita fin da quando avevo undici anni, e che per otto è rimasta al centro della mia esistenza. Poi l’asma e tutta una serie di cambiamenti mi hanno fatto appendere la cintura al chiodo, ma gli insegnamenti e il profondo amore che provavo per quest’arte sacra non mi abbandoneranno mai.

Il mio corpo aveva bisogno di rallentare, e così ho scelto dare il via al mio cammino. All’inizio lo facevo senza alcuno scopo, se non quello di mantenermi in forma. Avevo bisogno di svuotare la mente e riempire quel vuoto che il karate mi aveva lasciato. Potevo vedere nel mio petto un buco grande quanto il Grand Canyon.
Camminando riuscivo a fare esercizio senza svenire per lo sforzo, e senza dover prendere una dose di farmaci tale da stordine un cavallo adulto. Macinavo chilometri con facilità, li divoravo come fossero caramelle.
Col passare del tempo mi sono accorta che non potevo più farne a meno. Non pianificavo quando andare a camminare, del tipo ci vado martedì o venerdì. Era il mio corpo e la mia mente che me lo chiedevano. Lo sentivo dentro di me come un bisogno primario al quale non volevo più rinunciare. Ed è così ancora oggi.

Camminando ho imparato a riascoltare il mio corpo, a dare un ritmo al passo sincronizzato con le braccia e con il respiro. Tre passi inspiro, tre passi espiro. E quando prendo il via ogni singolo muscolo del mio corpo sa esattamente cosa deve fare: vado avanti spedita e non mi guardo indietro.
A volte il mio camminare è accompagnato dalla musica, altre dai suoni della natura. In entrambi i casi quando arrivo alla fine del mio percorso mi sento bene, stanca ma allo stesso tempo ancora piena di energia, come se i miei muscoli si fossero appena riscaldati e potessero andare avanti per altre due ore.

Cammino e guardo la distesa d’acqua dolce davanti ai miei occhi. I colori che prende a seconda del tempo sono uno più spettacolare dell’altro. Appena prima del brutto tempo, con le nuvole minacciose all’orizzonte, il lago è verde smeraldo. Ma poi quando la tempesta arriva l’acqua si colora di nero, diventando maestoso e terrificante ai miei occhi. Col sole la tavolozza propone una serie infinita di sfumature, dove il blu regna sovrano.

Svassi, folaghe, cigni e anatre fanno parte di una fauna che in primavera scioglie anche i cuori di ghiaccio. I piccoli di germano reale seguono la loro mamma in fila, uno dietro l’altro come un trenino. Ed è davvero divertente quando imitano i movimenti della femmina alla perfezione: la copiano per imparare a sopravvivere e le stanno accanto come se fosse la loro unica ragione di vita. Il papà in genere si tiene a debita distanza, ma attento e vigile in caso di guai.
Gli svassi sembrano quasi umani nella cura dei piccoli. Maschi e femmine generano al massimo tre cuccioli e li crescono insieme, come una coppia di persone. Li sorvegliano con cura e se uno dei genitori è in cerca di cibo sotto acqua, l’altro è presente per garantire la sicurezza dei figlioli.
Niente, assolutamente niente, è più dolce di una mamma cigno che trasporta sulla schiena i suoi “brutti anatroccoli”, che di brutto non hanno proprio nulla. In genere sono quattro o cinque e si accoccolano sul dorso morbido e caldo della madre, una barchetta comoda e sicura che tutti vorremmo prendere.
La più battagliera invece è la folaga. Una volta mi è capitato di vedere una femmina che combatteva per proteggere la sua prole: un cigno maschio si era avvicinato un po’ troppo e lei, come Davide contro Golia, ha aperto le ali e si è scaraventata con una furia incredibile sul malcapitato, fuggito all’istante. Sembrava quasi che i piccoli facessero il tifo per la mamma! Che creature fiere, amabili, tenere e guerriere le madri.

Anche il cielo vuole la sua parte. Se non guardo l’acqua i miei occhi sono rivolti verso l’alto, pronti per ammirare le mille forme delle nuvole. E proprio una settimana fa ho avuto l’onore di osservare un cielo a dir poco strepitoso, troppo bello per non immortalare quell’istante e condividerlo col mondo.

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La foto è fatta con il cellulare ed è priva di qualsiasi filtro o modifica. Ho sempre amato il profilo delle nubi illuminato dal sole, ma qui sembra esserci lo zampino di un pittore. Inutile descrivere con qualche giro di parole un istante simile. L’unica cosa che posso dire è che mi sono fermata per restare a guardare uno spettacolo che non capita tutti i giorni. Uno show durato pochissimi minuti, dato il forte vento che cambiava di continuo le forme del cielo sopra di me.

Contino a camminare per non smettere mai di stupirmi di fronte alla vita. Cammino per osservare ciò che mi circonda e non smettere mai di imparare. Cammino per dedicare del tempo a me stessa, svuotare la mente dai brutti pensieri e riempirla di pura gioia.

«Sublime è il senso di sgomento che l’uomo prova di fronte alla grandezza della natura sia nell’aspetto pacifico, sia ancor più, nel momento della sua terribile rappresentazione, quando ognuno di noi sente la sua piccolezza, la sua estrema fragilità, la sua finitezza, ma, al tempo stesso, proprio perché cosciente di questo, intuisce l’infinito e si rende conto che l’anima possiede una facoltà superiore alla misura dei sensi.»
(Immanuel Kant)