Perché amiamo scrivere: un legame fatale

Incredibile come la vita possa cambiare da un giorno all’altro. Oggi mi sento piena di nuove energie ma soprattutto colma di speranza. Inizio una strada seguendo le mie passioni e sono sicura che farà molto bene al mio cuore e al mio spirito.
Oggi vorrei condividere con voi, amanti lettori e scrittori, un altro passo tratto dal libro Perché amiamo scrivere – Filosofia e miti di una passione di Duccio Demetrio (quello della settimana scorsa potete leggerlo nel post precedente). Quando ho letto queste poche pagine mi sono emozionata, era come se i miei pensieri più profondi fossero emersi dal loro stato di incoscienza. E così, non posso fare a meno di riportare questi concetti, perché sono fin troppo meravigliosi, perché ne vale davvero la pena.

Buona lettura!

L’amore per la scrittura, il desiderio di intrecciare tra loro parole da noi create, perché da esse un senso appaia, un messaggio prenda forma, è indizio di un legame fatale. Vano negarlo. Più forte e indissolubile di un affetto umano, è capace di aiutarci a comprendere la bellezza incontrata. Sa trattenere gli istanti di gioia più luminosi, mutandoli in un racconto. È una passione cui siamo predestinati, che non ci abbandona. Se decidiamo di dischiuderle la porta, si accaserà in noi.
Come un sesto senso, un campanello d’allarme, un animale domestico. Scrivere è intuire, è avvertimento prima che sia troppo tardi, è istinto capace di risvegliarsi all’improvviso. Ma non tutti sopportano quest’ospite che ci interroga, nell’istante in cui lo vediamo apparire. “Io mi lancio nella scrittura a corpo morto”, confessa Joel Clerget. “Ciò può spaventarmi, poiché è come se perdessi il mio corpo, dando corpo con le lettere a quelle mie parole che deposito sulla pagina. Scrivere è rifiutare la mia immagine quale si manifesta quando mi guardo allo specchio, per assumerne un’altra”.
Comprendiamo, così, che chi ami scrivere è disposto ad accettare di rifiutare la propria immagine abituale per inventarne e scoprirne un’altra. Scrivere con passione non può quindi essere un bene di tutti. Non tutti desiderano porsi le domande, spesso scomode, verso le quali ci conduce. Se ha scelto di abitare con noi, si può star certi che girovagherà e frugherà nella memoria. Riuscirà a penetrare, prima o poi, in ogni stanza della nostra coscienza.
Predilige la notte, non a caso, per questa occupazione. Non si assopirà nemmeno quando, finalmente, prenderemo sonno. Le piace tenere gli appunti dei sogni, per suggerirci al mattino che cosa scrivere dei luoghi visitati. Se le abbiamo lasciato lo spazio che ci chiede, saprà guardare per noi dalla finestra. Quando preferiremmo tenerla chiusa, nei momenti di afa esistenziale.
Ci è vicina nella sofferenza, non ci tradisce e assolve peccati altrui. Ricorriamo infatti alla penna per sopportare il male di vivere, per uscire dal buio, per perdonare. Quando nel dolore e nella solitudine non cercata, nell’abbandono e nella perdita, altro non ci resti da fare, per capire, per non dimenticare, per accomiatarci con dignità o riconoscenza, che iniziare a scrivere.

Demetrio D., Perché amiamo scrivere – Filosofia e miti di una passione, pag. 35, 36 e 37, Raffaello Cortina Editore, Milano 2011.

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Perché amiamo scrivere (una passione da condividere)

Sto attraversando una fase cruciale della mia vita. Ho ricevuto delle notizie negative per quanto riguarda il lavoro, purtroppo, che mi hanno demoralizzata un po’ ma allo stesso tempo mi hanno spronata a scrivere. Negli ultimi giorni sto cercando di osservare e considerare quello che mi succede da una prospettiva diversa, nuova.
Ho lasciato da parte la poesia per dedicarmi alla prosa, ma soprattutto alla riflessione. Rifletto sulle mie emozioni, quello che sento, quello che desidero e quello che posso realizzare. Finalmente ora ho il tempo giusto da dedicare a me stessa, per ascoltare i miei bisogni.
C’è una cosa che mi fa sentire veramente parte di questo mondo: scrivere. So che è la strada giusta da seguire e forse i “no” che ho ricevuto mi sono stati d’aiuto proprio per fare la scelta migliore, per aprirmi gli occhi e darmi il coraggio di intraprendere un percorso in salita.

demetrioOggi vorrei iniziare una sorta di rubrica, condividendo settimanalmente con chi ha la mia stessa passione i passi più belli di un libro che ho trovato illuminante: Perché amiamo scrivere – Filosofia e miti di una passione di Duccio Demetrio. Penso che sia un ottimo esercizio per ricordarmi ogni giorno il mio obiettivo (scrivere, scrivere, scrivere), le ragioni che mi spingono a raggiungerlo e cosa ancora più importante a non rinunciare quando incontro degli ostacoli.

Buona lettura!

Il desiderio di scrivere, una volta soddisfatto, ne accende altri. Accresce la voglia di non smettere di guardarsi intorno, di curiosare, di vagare a zonzo in ogni dove. Per riscoprire storie dimenticate, per inventarne di nuove. Per decidere se scriverne o meno, se rivelarle o nasconderle. Alla scrittura piace viaggiare, frequentare pensieri inquieti, inseguire nuovi sogni d’amore. Si inoltra nelle pieghe più nascoste del nostro esistere, le più invereconde e dimenticate. Dove l’inconscio pulsa e sa ancora farci arrossire. Perché scrivere è un laico esame di coscienza; è una confessione più autentica per chi crede.

In queste mie pagine, chiunque […] troverà un appoggio e al contempo un incoraggiamento a deporre ogni tanto la penna. Poiché, se non si vive, le parole incominciano a mancare, e l’ansia di scrivere rischia di trasformarsi in uno stallo esistenziale. La scrittura ha bisogno di alimentarsi attingendo all’esperienza, alle storie da cercare là dove nascono. È il suo cibo naturale. La tradiremmo, privandola di questo sodalizio. Sottraendole quella energia evolutiva che ne è l’anima più vera. Scrivere tanto o troppo è sempre meglio di non percepirne mai il richiamo o di zittirne ogni tentazione. Quando la penna si muove in un’ellissi sempre uguale, qui si annida il malessere e la medicina non potrà essere più la scrittura. Occorre vivere per scrivere, occorre trovare la “giusta” distanza in attesa che ritorni.

Demetrio D., Perché amiamo scrivere – Filosofia e miti di una passione, pag. 19 e 26, Raffaello Cortina Editore, Milano 2011.

Il senso delle cose

Tratto da “Modelli di Filosofia politica” di Stefano Petrucciani

I rapporti diretti tra gli uomini vanno compresi a partire da due aspetti che sono fondamentali per intendere la condizione umana, e cioè la pluralità e la natalità.
La pluralità indica una circostanza molto precisa: non solo che vivere significa essere tra gli uomini, ma che essere tra gli uomini vuol dire al tempo stesso essere uguali e diversi “Noi siamo tutti uguali, cioè umani, ma in modo tale che nessuno è mai identico ad alcun altro che visse, vive o vivrà”.

L’agire tra gli uomini è quella dimensione nella quale, con i loro atti e con i loro discorsi, gli uomini manifestano agli altri la loro identità, affermano chi sono, e quindi costituiscono il senso precario della loro identità, stabilizzandolo proprio nell’atto in cui lo rendono manifesto ad altri.

All’idea di pluralità si intrecciano i fili della natalità e quello dell’immortalità. Proprio perché l’individuo è unico, il suo venire al mondo significa al tempo stesso la capacità di dar luogo a qualcosa di nuovo; in quanto unico l’individuo possiede la capacità di iscrivere nella realtà qualcosa di inedito, che prima non c’era.

Nel Nuovo si esprime tanto la natalità che caratterizza l’umano, quanto quello che è il suo necessario contro-polo, il ricordare, perché l’irruzione del Nuovo crea le condizioni per il ricordo e la storia.
Per i Greci l’azione che è degna di essere ricordata è capace di trascendere la mortalità del singolo uomo per attingere una sorta di immortalità: va oltre la caducità dell’essere umano rivelando una natura “divina”.

L’uomo possiede la capacità di generare l’inatteso, l’infinitamente improbabile, che proprio in quanto tale si sottrae al mero circolo della vita naturale e si afferma nella permanenza dell’immortalità. L’apparire davanti agli altri nello spazio pubblico è quindi il modo in cui l’individuo può mettere in scena di fronte agli altri e a se stesso la sua identità unica; ed è anche la condizione perché ciò che si è compiuto di inedito e di grande possa essere ricordato e tramandato dalle generazioni che si succederanno, conservandone la memoria.

L’agire nella sfera pubblica al cospetto degli altri e con gli altri, quindi, è la salvezza contro l’evanescenza del senso e la futilità delle pratiche umane puramente riproduttive.