Ho intuito l’infinito

«Il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto
e pure che qualcosa cambi in noi.»
(Italo Calvino)

Appena posso infilo le scarpe da ginnastica e vado a camminare. Abitando vicino ad un lago (di Garda) ho la fortuna di avere a portata di mano una natura meravigliosa, dove acqua e terra si abbracciano costantemente. Ci sono due percorsi che faccio di solito, ed entrambi riportano calma e serenità nel mio cuore.

Solo alcuni anni fa lo sport era tutta la mia vita. Praticavo karate a livello agonistico e non volevo fare altro. Non pensavo ad altro. Era la mia filosofia, la mia ragione per svegliarmi al mattino, il mio porto sicuro. Una disciplina che mi ha rapita fin da quando avevo undici anni, e che per otto è rimasta al centro della mia esistenza. Poi l’asma e tutta una serie di cambiamenti mi hanno fatto appendere la cintura al chiodo, ma gli insegnamenti e il profondo amore che provavo per quest’arte sacra non mi abbandoneranno mai.

Il mio corpo aveva bisogno di rallentare, e così ho scelto dare il via al mio cammino. All’inizio lo facevo senza alcuno scopo, se non quello di mantenermi in forma. Avevo bisogno di svuotare la mente e riempire quel vuoto che il karate mi aveva lasciato. Potevo vedere nel mio petto un buco grande quanto il Grand Canyon.
Camminando riuscivo a fare esercizio senza svenire per lo sforzo, e senza dover prendere una dose di farmaci tale da stordine un cavallo adulto. Macinavo chilometri con facilità, li divoravo come fossero caramelle.
Col passare del tempo mi sono accorta che non potevo più farne a meno. Non pianificavo quando andare a camminare, del tipo ci vado martedì o venerdì. Era il mio corpo e la mia mente che me lo chiedevano. Lo sentivo dentro di me come un bisogno primario al quale non volevo più rinunciare. Ed è così ancora oggi.

Camminando ho imparato a riascoltare il mio corpo, a dare un ritmo al passo sincronizzato con le braccia e con il respiro. Tre passi inspiro, tre passi espiro. E quando prendo il via ogni singolo muscolo del mio corpo sa esattamente cosa deve fare: vado avanti spedita e non mi guardo indietro.
A volte il mio camminare è accompagnato dalla musica, altre dai suoni della natura. In entrambi i casi quando arrivo alla fine del mio percorso mi sento bene, stanca ma allo stesso tempo ancora piena di energia, come se i miei muscoli si fossero appena riscaldati e potessero andare avanti per altre due ore.

Cammino e guardo la distesa d’acqua dolce davanti ai miei occhi. I colori che prende a seconda del tempo sono uno più spettacolare dell’altro. Appena prima del brutto tempo, con le nuvole minacciose all’orizzonte, il lago è verde smeraldo. Ma poi quando la tempesta arriva l’acqua si colora di nero, diventando maestoso e terrificante ai miei occhi. Col sole la tavolozza propone una serie infinita di sfumature, dove il blu regna sovrano.

Svassi, folaghe, cigni e anatre fanno parte di una fauna che in primavera scioglie anche i cuori di ghiaccio. I piccoli di germano reale seguono la loro mamma in fila, uno dietro l’altro come un trenino. Ed è davvero divertente quando imitano i movimenti della femmina alla perfezione: la copiano per imparare a sopravvivere e le stanno accanto come se fosse la loro unica ragione di vita. Il papà in genere si tiene a debita distanza, ma attento e vigile in caso di guai.
Gli svassi sembrano quasi umani nella cura dei piccoli. Maschi e femmine generano al massimo tre cuccioli e li crescono insieme, come una coppia di persone. Li sorvegliano con cura e se uno dei genitori è in cerca di cibo sotto acqua, l’altro è presente per garantire la sicurezza dei figlioli.
Niente, assolutamente niente, è più dolce di una mamma cigno che trasporta sulla schiena i suoi “brutti anatroccoli”, che di brutto non hanno proprio nulla. In genere sono quattro o cinque e si accoccolano sul dorso morbido e caldo della madre, una barchetta comoda e sicura che tutti vorremmo prendere.
La più battagliera invece è la folaga. Una volta mi è capitato di vedere una femmina che combatteva per proteggere la sua prole: un cigno maschio si era avvicinato un po’ troppo e lei, come Davide contro Golia, ha aperto le ali e si è scaraventata con una furia incredibile sul malcapitato, fuggito all’istante. Sembrava quasi che i piccoli facessero il tifo per la mamma! Che creature fiere, amabili, tenere e guerriere le madri.

Anche il cielo vuole la sua parte. Se non guardo l’acqua i miei occhi sono rivolti verso l’alto, pronti per ammirare le mille forme delle nuvole. E proprio una settimana fa ho avuto l’onore di osservare un cielo a dir poco strepitoso, troppo bello per non immortalare quell’istante e condividerlo col mondo.

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La foto è fatta con il cellulare ed è priva di qualsiasi filtro o modifica. Ho sempre amato il profilo delle nubi illuminato dal sole, ma qui sembra esserci lo zampino di un pittore. Inutile descrivere con qualche giro di parole un istante simile. L’unica cosa che posso dire è che mi sono fermata per restare a guardare uno spettacolo che non capita tutti i giorni. Uno show durato pochissimi minuti, dato il forte vento che cambiava di continuo le forme del cielo sopra di me.

Contino a camminare per non smettere mai di stupirmi di fronte alla vita. Cammino per osservare ciò che mi circonda e non smettere mai di imparare. Cammino per dedicare del tempo a me stessa, svuotare la mente dai brutti pensieri e riempirla di pura gioia.

«Sublime è il senso di sgomento che l’uomo prova di fronte alla grandezza della natura sia nell’aspetto pacifico, sia ancor più, nel momento della sua terribile rappresentazione, quando ognuno di noi sente la sua piccolezza, la sua estrema fragilità, la sua finitezza, ma, al tempo stesso, proprio perché cosciente di questo, intuisce l’infinito e si rende conto che l’anima possiede una facoltà superiore alla misura dei sensi.»
(Immanuel Kant)

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