Una popolazione di coleotteri

Il tempo passa, passano le civiltà, e la poesia può finire come sono finite altre forme della creatività artistica. Se possiamo dire questo “tranquillamente”, forse in qualche modo ci “tranquillizziamo”. Se possiamo dire che è un problema storico, se possiamo dire che non è stato sempre così, se possiamo dire che in un altro paese o in un’altra cultura anche oggi non è così, possiamo dire che il problema è risolto o addirittura non esiste: la nostra civiltà sta cancellando la poesia, e questo non è un problema perché la creatività della specie troverà altre forme e altri canali per venire alla luce.

Che problema c’è? Il problema c’è, ed è enorme: la poesia è la creatività della lingua, cioè la forma del pensiero, è l’evento e l’avvento di tutte le forme del pensiero. Se accettiamo che tramonti la creatività della lingua, accettiamo che tramonti qualcosa di più di una civiltà. […] Se la poesia è la forma della mente ciò avviene in forza della lingua, e se la lingua non dovesse essere più creativa, che ne sarà della nostra mente? A me sembra che ci siano solo due possibilità: o la poesia non può morire perché noi siamo fatti di poesia o la poesia può morire, ma allora possiamo morire anche noi come specie, magari per essere sostituiti da perfettissimi androidi o da un’intelligentissima popolazione di coleotteri.

Giorgio Manacorda, La poesia italiana oggi. Un’antologia critica, Roma 2004, Castelvecchi Editore

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