L’importanza del dialogo

Tratto da “Etica della comunicazione” di Adriano Fabris

Che cosa vuol dire “dialogare”?

Affinché possa esserci dialogo, ogni interlocutore deve riconoscere fin dall’inizio le “buone ragioni” dell’altro. Il che significa che ogni dialogante sa che la sua posizione non è mai assoluta, definitiva, immodificabile.

Non sarebbe vero dialogo, d’altronde, quello nel quale chi parla lo facesse solamente per motivi, per così dire, “narcisistici”: utilizzando cioè l’interlocutore come uno “specchio” in cui riconoscere se stesso. Infatti nell’intreccio dialogico le ragioni dell’altro non sono affatto funzionali, semplicemente, alla riconferma delle proprie tesi, ma sono capaci piuttosto d’indurre a un reale mutamento di idee.

Ecco allora che, alla base di una buona riuscita del rapporto dialogico vi è la disponibilità di mettere in gioco se stessi; vi è la capacità di aprirsi a ciò che l’altro mi può dire. Il discorso che si svolge fra due o più interlocutori comporta un’esposizione a ciò che ognuno pensa dell’altro e che vuole da lui.

Emerge dunque il rischio particolare di questa forma di scambio comunicativo: il rischio di divenire altro da quello che si è; il rischio di perdere la propria identità. E tuttavia si tratta di un rischio condiviso, in quanto viene corso da chiunque sia coinvolto in un dialogo autentico. D’altronde, se non vi è questa disponibilità all’apertura non si ha vero dialogo: rimane solo una finzione, una parvenza di esso, più o meno ammantata di cortesia.

A Platone dobbiamo una grande scoperta: l’idea che il pensiero consiste in un “dialogo dell’anima con se stessa”. Ma lo stesso Platone finisce per mostrare quanto è facile che l’esperienza del dialogo si trasformi in qualcosa di diverso: in un monologo camuffato.
In ogni relazione comunicativa bisogna dunque recuperare non solo la lettera, ma soprattutto lo spirito del dialogo. Infatti nel dialogo autentico si realizza davvero qualcosa di nuovo. Si compie un’esperienza che al monologo rimane sconosciuta: “si fa”, propriamente, la “verità”.

Per dialogare dobbiamo essere disposti all’ascolto; per dialogare abbiamo bisogno di tempo. Dialogando ognuno si espone all’altro: solo così è in grado di diventare se stesso.
E questo non per sua volontà, ma perché nel suo dire, come afferma Franz Rosenzweig, “qualcosa di vero accade sul serio”: il raggiungimento di un’intesa. Qualcosa che, sovente, si realizza anche a prescindere dalle intenzioni che uno può avere.

Nel dialogo si attua nel modo migliore quella relazione che unisce gli uomini fra di loro.

Comunicare bene significa rivolgersi a un tu, promuovere un rapporto fra tutti coloro che sono capaci di parola, trasformare ogni relazione fra un io e un esso in un legame fra interlocutori. In tal modo la parola si fa davvero strumento di liberazione: funzionale a una possibile redenzione dell’uomo e del mondo.

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